Jeff Beck: La Storia (3/4)

Il punto di svolta nella carriera di Beck è alle porte. Stanco delle sonorità rock tradizionali e sempre più immerso e affascinato dalla fusion di gruppi come la Mahvishnu Orchestra del famoso chitarrista John McLaughlin, Jeff Beck entra negli AIR Studios e con il tocco sapiente alla produzione di George Martin, già all’opera in passato con i Beatles, il chitarrista inglese sforna un disco che si rivelerà non solo il suo primo album di successo, ma anche un punto di riferimento fondamentale per gli amanti degli album di chitarra strumentali.

Il disco si intitola BLOW BY BLOW (1975) e vola subito in classifica al quarto posto. I brani si susseguono senza interruzioni, come a comporre un’unica traccia, finché non si giunge al capolavoro vero e proprio: ‘Cause We’ve Ended As Lovers’. Il brano è accreditato a Stevie Wonder, ma reinterpretato dalla sensibilità di Beck raggiunge un livello di intensità unico. Un affresco di emozioni che solo un musicista come Beck avrebbe potuto ricreare a quei livelli sulla chitarra. Non è un caso che, ad oggi, il brano sia sempre presente nelle scalette live di Beck e, allo stesso tempo, sia una delle cover più eseguite dai chitarristi di tutto il mondo Per l’occasione il nostro utilizza una Fender Telecaster con al ponte un primo prototipo di pick up Seymour Duncan JB, appositamente montato sulla chitarra dal noto costruttore in persona.

Segue alla pubblicazione del disco un lungo tour proprio di spalla alla Mahavishnu Orchestra, stringendo, così, un’amicizia con il suo leader, John McLaughlin, che dura fino ai giorni nostri. Non c’è tempo per fermarsi, però. Beck, forte del successo di vendite di Blow By Blow, torna in studio, questa volta coadiuvato dall’ex-tastierista della Mahavishnu, Jan Hammer, e sforna WIRED (1976), un lavoro che procede nel solco della fusion tracciato dal suo predecessore. Questa volta, però, i suoni si fanno più elettrici, con l’iniziale assalto sonoro di ‘Led Boots’ a dare avvio al disco.


 

Da segnalare, in particolare, l’interpretazione originale e magistrale di un classico del jazz, ‘Goodbye Porkie Pie Hat’, di cui dà prova Beck e che è indicativa della grandezza del musicista in questione. Il brano è un capolavoro di uso combinato di leva, armonici, tocco e sfumature ottenute con un uso sapiente della manopola del volume della chitarra. Il brano è un manifesto di quello stile che ha reso il nostro chitarrista così famoso. Segue un tour insieme alla Jan Hammer Band dal quale viene tratto l’album dal vivo JEFF BECK WITH THE JAN HAMMER GROUP LIVE (1977).

Cavallo che vince non si cambia, per cui, proseguendo su coordinate che rimandano alla fusion, Beck pubblica THERE & BECK (1980). È il disco che segna l’inizio della sua fruttuosa collaborazione con il tastierista/compositore Tony Hymas, che firma cinque brani dell’album, e vede ancora la presenza di Jan Hammer sia come esecutore che come compositore. Siamo di fronte ad un ennesimo disco di pregiato jazz-rock, con incursioni nel funk, nell’hard rock, nella musica sinfonica, impreziosito da due brani diventati ormai dei veri e propri classici del repertorio di Beck: la rockeggiante‘Star Cycle’, con il suo intro al sintetizzatore, e la sognante ‘The Pump’. A mio parere, BLOW BY BLOW, WIRED e THERE & BECK compongono la cosiddetta ‘trilogia fusion’ di Jeff Beck e sono tre MUST, non solo per chi voglia conoscere la sua musica, ma anche, e più in generale, per coloro che amano le sonorità jazz-rock o fusion.

Con l’arrivo degli anni ’80 Beck entra in una fase della sua carriera caratterizzata da scarsa ispirazione e mancanza di stimoli. Come lui stesso dirà in seguito, questo periodo ha rappresentato una parentesi poco creativa nella sua vita artistica, preferendo dedicarsi a collaborazioni, forse anche ben più remunerative, con varie star della musica rock e pop (Mick Jagger, Tina Turner, Rod Stewart, Diana Ross) piuttosto che impegnarsi prevalentemente nell’attività solista. Tuttavia, nel 1985 pubblica FLASH, un disco ricco di sonorità pop in linea con il tempo, caratterizzato dall’ampio uso di batterie campionate, di suoni sintetici e con la presenza di brani cantati con l’obiettivo di conquistare una fetta di pubblico più ampia. Il disco vede anche il ritorno alla collaborazione tra Beck e Rod Stewart, che canta su ‘People Get Ready’, e il cui video frutta ampia visibilità al nome di Beck su MTV. Vorrei segnalare in particolare il brano posto in apertura dell’album, Gets Us All In The End, per un paio di soli che Beck esegue al fulmicotone, veloci, con ampio utilizzo di tapping, leva e distorsione che non sfigurerebbero affatto affianco ai soli di noti chitarristi metal.

Terminata la ‘parentesi MTV’, con gioia di Beck, il nostro torna in studio e sforna uno dei suoi dischi più belli e, a mio parere ma non solo, tra i più importanti per il mondo della chitarra elettrica: GUITAR SHOP (1989). Si avvale della collaborazione di Tony Hymas, tastiere, e dell’ex-Frank Zappa alla batteria, Terry Bozzio. Il risultato è un disco strumentale molto variegato, con brani che spaziano dall’hard rock al funky, passando per il blues, il reggae, le ballad e tanto altro. Insomma, fusion nel senso letterale del termine. L’album è un concentrato di maestria sugli strumenti e di virtuosismo sempre al servizio della musica. In questo disco Beck sembra dare una lezione di chitarra a tutti, senza risparmiarsi ed esaltando sempre al meglio il suo talento.

Ogni brano sembra rappresentare la summa di tutto il suo percorso sperimentale compiuto sulla chitarra fino ad allora. Non c’è traccia riempitiva, non ci sono assoli ridondanti né linee melodiche deboli. Dovrei citare ogni brano del disco ma mi limiterò a quella che reputo, e non credo a torto, come l’Apice del Genio di Jeff Beck sulla chitarra: Where Were You. 3:22 di pura magia, di note che sembrano provenire da un Altrove indefinito, da una dimensione ultraterrena in cui la realtà concreta tende a rarefarsi per lasciare spazio solo alle emozioni, quelle più inaccessibili alla coscienza. Da un punto di vista tecnico siamo di fronte ad un capolavoro di uso magistrale di armonici artificiali, sfumature in crescendo di volume sulla chitarra, leva e dita, il tutto ottenuto in maniera combinata. È anche il disco che segna l’abbandono definitivo del plettro da parte di Beck. Non penso di esprimere un parere azzardato se dico che GUITAR SHOP è il disco che rappresenta la vetta della maturazione dello stile di Jeff Beck. Da qui in poi, sarà solo un continuo miglioramento e affinamento di questo stile così unico e originale, fatto di tocco, gusto, senso della dinamica, uso magistrale di armonici e leva, impiego sapiente della manopola del volume e una tecnica incredibile nell’uso delle dita della mano destra.

Con l’inizio degli anni ’90, la carriera solista di Beck entra in una fase di stallo che terminerà solo con la pubblicazione di WHO ELSE nel 1998. Dopo nove anni di silenzio, interrotti solo da varie collaborazioni con altri nomi famosi del panorama mondiale della musica, dalla pubblicazione nel 1993 di un album tributo a Cliff Gallup, CRAZY LEGS, e dalla sua attività live, Beck torna sulle scene con un lavoro, come al solito, innovativo e sperimentale, in cui la sua chitarra nervosa, ironica, sentimentale si incontra con l’elettronica e con la drum’n’bass. È un disco che traccia un percorso per la chitarra elettrica fresco e stimolante e che verrà immediatamente recepito dai lavori in studio di altri suoi illustri colleghi, tra tutti Joe Satriani, Gary Moore, Steve Vai.

WHO ELSE, come già il suo predecessore, offre una varietà di colori musicali incredibile, un melting pot di influenze, dalla musica rock a quella indiana, dal blues all’elettronica, dalla musica ambient a quella celtica. È un album che, a mio parere, non ha momenti di stanca. Su tutti segnalo il blues sensuale di ‘Brush With The Blues’, in cui il Maestro dà una lezione su come si possa suonare autenticamente blues senza rinunciare alla creatività tecnica, e ‘Angel (Footsteps), un vero capolavoro di surrealismo musicale in cui Jeff Beck dimostra di essere, ancora una volta, un Maestro nell’uso dello slide sulla chitarra.

WHO ELSE è il primo di una trilogia, che definirei ‘elettronica’, di album che si susseguono e che vanta, tra l’altro, la collaborazione di un’altra virtuosa delle sei corde, Jennifer Batten, presente anche nel disco successivo, YOU HAD IT COMING (2001). Questo lavoro prosegue sulla stessa scia del precedente, con ampio uso di suoni elettronici e campionati e una dose maggiore di aggressività. Non mancano, infatti, brani dai riff di chitarra molto distorti, cupi. È un disco moderno, che non rinuncia alla sperimentazione. L’album contiene un brano, ‘Nadia’, scritto da un musicista di origine indiana, re-interpretato magnificamente da Beck in chiave strumentale. Ancora una volta, l’uso combinato di slide, leva, armonici, dita della mano destra e volume della chitarra si rivela straordinario, riuscendo a richiamare quelle sfumature tonali e timbriche che solo una voce umana è in grado di dare.